Espoarte – Studio visit – Mattia Lapperier

ADV "PADOVA - NELLO STUDIO DI SIMONE MENEGHELLO" - Articolo di Mattia Lapperier - #studiovisit ESPOARTE

Lo studio nasce, cresce e si sviluppa di pari passo con l’artista. Ne riflette la personalità nel modo più autentico. È testimone silenzioso delle sperimentazioni più ardite, del perfezionamento di tecniche affinate negli anni e custodite gelosamente. È anche il luogo delle infinite prove, delle notti insonni, delle cocenti insoddisfazioni, che tuttavia possono sfociare talvolta in successi inaspettati. #TheVisit ha lo scopo di aprire le porte a tali realtà per loro stessa natura poco accessibili, con il proposito di far luce sulla peculiare relazione che lega l’artista allo studio.

La ricerca di Simone Meneghello per potersi attuare necessita di un radicale svuotamento. Uno spazio bianco e un tavolo sono il grado zero a partire dal quale l’artista imposta il proprio lavoro. La carta e la macchina da scrivere, rispettivamente il supporto e il medium che predilige.

Lo studio di Meneghello, situato al terzo piano, nel centro di Padova, in una zona circondata dal verde, è essenziale, minimale, disposto con cura in ogni sua parte. Il bianco è protagonista assoluto dello spazio. La carta, l’intonaco delle pareti, i mobili, i raccoglitori reiterano tale cromia, così da amplificare la sensazione di svuotamento del superfluo, in favore dell’essenza. Oltrepassato un ingresso che propone una prima selezione di opere alle pareti, si accede al luogo di lavoro vero e proprio connotato dai pochissimi elementi menzionati, per poi giungere a un’ampia sala vetrata che si affaccia su un’enorme magnolia. Quest’ultima parte di studio è allestita come una casa museo, o – come Meneghello affettuosamente la definisce – una casa sull’albero. Si tratta di uno spazio espositivo personale, in costante aggiornamento, atto a rappresentare in modo efficace la recente produzione dell’artista e a mostrarla ai visitatori.

Da sempre legato alla parola scritta, Meneghello pone il linguaggio, inteso nella propria componente strutturale, al centro della sua attenzione. Decontestualizzata, scomposta, sovrapposta, sconvolta, la parola battuta a macchina si fa campo d’indagine – o meglio – ampio orizzonte da esplorare, con ogni mezzo disponibile. Il segno grafico standardizzato dei caratteri tipografici, liberato dai vincoli della parola, cessa di essere quell’unione tra significante e significato, così come lo identifica la semiotica classica, perdendo in modo irreversibile la sua univoca leggibilità. Esso diviene piuttosto strumento di ricerca del limite, al di là della consueta linearità, cui si è soliti ricondurre la scrittura. Una drastica destrutturazione del linguaggio guida l’operare dell’artista. Le parole sono infatti da lui spesso sovrapposte in verticale, le une sulle altre, al punto che risulta del tutto impossibile decodificarle; talvolta sono ritagliate, mescolate e raccolte in apposite ampolle; in altri casi sono persino battute a macchina senza inchiostro, così da lasciare di sé solo un’impronta a rilievo causata dall’azione meccanica dalla battitura, tale da tradurre visivamente quella “presenza nell’assenza”, tanto cara a Meneghello.

Se i segni grafici costituiscono le fondamenta di un’operazione concettuale – ma mai concettosa – va da sé che la carta ne rappresenta lo sviluppo spaziale. Lo studio di Meneghello ne è letteralmente invaso. Libri, copertine, fogli sciolti, buste o caratteri mobili sono archiviati con cura e ordinatamente riposti in appositi contenitori, che ne favoriscono la reperibilità. A una puntuale organizzazione spaziale dello studio cui si è accennato, fa da contrappunto l’elemento di imprevedibilità che da sempre caratterizza l’opera di Meneghello. Forse almeno in parte derivata dal suo passato da jazzista, l’improvvisazione, che rende unica ogni performance, è stata da lui convertita nell’ambito delle arti visive in una recondita attrazione per le cose imperfette, che rifuggono ridondanti rifiniture, in favore della sostanza.

Il libro in particolare, da oltre quindici anni, è assunto dall’artista a prediletto oggetto di sperimentazione. In molti casi quella intrapresa da Meneghello è un’autentica operazione di recupero e riconversione di vecchi volumi destinati al macero. L’amore per il libro in quanto contenitore e propagatore di sapere gli ha infatti suggerito la possibilità di utilizzarlo quale supporto o materiale costruttivo delle sue opere. Rimossa la copertina, il libro è svestito di ogni riconoscibilità e residua connotazione; la prima e l’ultima pagina – quelle completamente bianche – sono le sole atte a contenere l’intervento di scrittura a macchina.

Negli anni, l’artista ha poi gradualmente esteso la propria ricerca nello spazio, indagando il libro anche in chiave di elemento modulare di creazione. Vi ha costruito muri, scale, sentieri, scatole senza fondo. Il libro apre varchi, accompagna lungo la strada, diviene il mezzo per oltrepassare i propri confini; è lo strumento attraverso il quale confrontarsi con gli autori più amati, con cui abbattere muri e andare oltre, sbirciando persino in territori inesplorati, attraverso le pieghe dell’inconoscibile. Non è un caso che tra i riferimenti culturali dell’artista si possano annoverare proprio quei saggisti e filosofi che hanno approfondito la percezione, il rapporto tra coscienza e realtà o le possibilità di conoscenza dell’essere umano come, per menzionarne alcuni, Robert Lanza, Raymond Kurzweil o il maestro indiano Nisargadatta Maharaj. Secondo il pensiero di quest’ultimo tutto ciò che appare è transitorio, l’unica realtà stabile è invece la consapevolezza, che incarna il puro Assoluto: senza forma, senza qualità, senza identità. Osservando più da vicino lo studio, la pratica artistica e le opere di Meneghello è innegabile che tali letture abbiano contribuito a definirne i confini. La ricerca della sostanza, pur nell’imperfezione; la demolizione e successiva ricomposizione del linguaggio o della forma; l’esplorazione del limite, al di là del noto, restano i cardini attorno a cui ha articolato il proprio percorso. Il tavolo e la macchina da scrivere rispondono all’esigenza di azzeramento – di “presenza nell’assenza” – necessaria per intraprenderlo.

Simone Meneghello, nato a Milano il 3 settembre 1973, si forma artisticamente al Liceo Artistico di Brera e poi all’Accademia di Belle Arti, dove approfondisce la scenografia. Fin dagli anni Novanta sviluppa una ricerca che intreccia arti visive, musica e installazioni, dando vita a un linguaggio personale fondato su concetti come presenza, assenza, limite e non-linearità. La sua attività espositiva si articola tra spazi museali, gallerie e festival italiani e internazionali, con progetti che spesso assumono la forma di installazioni permanenti o performance partecipative. Dal 2015 al 2025 presenta lavori in numerose sedi, tra cui Spazio Thetis a Venezia, Fondazione Cesare Pavese, Paratissima Torino, Rencontres d’Arles, Wopart Lugano, e partecipa più volte a fiere e premi ottenendo vari riconoscimenti, tra cui il Premio Confini 14 e premi speciali all’Arteam Cup. Negli ultimi anni ha dedicato cicli di opere al dialogo ideale con figure letterarie come Pavese, Pasolini e Borges, consolidando una poetica che indaga profondamente la relazione tra uomo, memoria e spazio.