FONDAMENTA o dell’evidenza del limite

BUNKER C4 // Caldogno (VI) – 2024

L’opera di Simone Meneghello si situa in un territorio liminale, dove l’arte cessa di essere discorso per farsi pura presenza, dove il linguaggio abdica alla sua funzione comunicativa per diventare traccia, reliquia, soglia inviolabile. La sua mostra FONDAMENTA o dell’evidenza del limite, allestita nel Bunker C4 della Villa Palladiana di Caldogno, non è un’esposizione nel senso tradizionale del termine, ma un’esperienza fisica e metafisica del limite—un’indagine radicale sull’impossibilità di dire, sull’essenza muta della materia.

Meneghello non è un narratore, né un demiurgo che plasma significati. È un osservatore del vuoto, un archeologo del non-detto. Le sue opere—libri acromi, enciclopedie compattate, pagine sovrascritte o svuotate—non parlano: sono. Esistono come monoliti di un linguaggio che ha rinunciato alla propria funzione significante per farsi pura evidenza fisica. Non c’è volontà di rappresentazione, nessuna concessione all’allegoria. C’è solo la materia, il segno negato, il peso dell’assenza.

In questo, Meneghello si avvicina a una tradizione ascetica, quasi monastica, che ricorda i copisti medievali, dediti alla trascrizione fedele senza interpretazione, o i mistici della theologia negativa, per i quali la verità si avvicina solo attraverso la negazione. Le sue opere non sono creazioni, ma oblazioni: offerte sacrificali sull’altare del silenzio. Come nelle icone bizantine, dove l’immagine non rappresenta il divino ma lo presenta, i suoi lavori non simbolizzano l’assenza—la incarnano.

In un’epoca iper-saturata di parole, di rumore semantico, di narrazioni compulsive, l’arte di Meneghello opera una sottrazione radicale. Non aggiunge, non spiega, non seduce. Toglie. E in questa rimozione, ci costringe a confrontarci con l’osso del linguaggio, con lo scheletro del significato. Le sue pagine bianche, i volumi sigillati, le scritture cancellate non sono enigmi da decifrare, ma presenze che ci interrogano: cosa resta quando tutto il dire è stato rimosso? Qual è il fondo nero da cui emerge ogni parola?

Il Bunker C4, con la sua architettura cruda e claustrofobica, diventa il luogo ideale per questa indagine. Non un white cube, ma una cripta, uno spazio sacrale dove l’arte si fa rito del silenzio. Le opere di Meneghello non chiedono di essere guardate, ma attraversate, come soglie verso un altrove inesprimibile. In questo, la sua pratica evoca certe ricerche concettuali degli anni ’60 e ’70—da Kosuth a Weiner—ma con una radicalità ancora più estrema: se l’arte concettuale smontava il linguaggio per mostrare il suo funzionamento, Meneghello lo riduce al suo limite ultimo, al punto in cui esso toglie persino se stesso.

FONDAMENTA non è una mostra, ma un atto di resistenza. Resistenza alla tirannia della significazione, all’obbligo di senso. Meneghello ci ricorda che l’arte, nel suo grado zero, non deve necessariamente dire—può semplicemente essere, come una pietra, come un vuoto che ci guarda. E in questo sguardo muto, in questa assenza che pesa come un macigno, risiede forse l’unica verità possibile: quella del limite invalicabile, dell’orlo oltre il quale non c’è più parola, ma solo il silenzio—e, forse, la rivelazione.